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lunedì 8 giugno 2009

Le apparizioni dell'Angelo nero: al Cimitero Monumentale di Milano


Le apparizioni dell'Angelo nero: dentro un quadro di Mirò



Qualche giorno dopo ero con mia moglie e mio
figlio alla mostra di Mirò nei locali della Fondazione
Mazzotta, vicino al Castello Sforzesco. Le parole di
Epifan Pulito mi risuonavano nelle orecchie come cam-
pane, tanto da distrarmi durante la mostra, che all’ini-
zio mi era sembrata vuota, dato che io ero troppo pie-
no di me. Dovevo svuotare, trovare recipienti dove ver-
sare le mie parole, prima che mi annegassero dentro
senza trovare vie di uscita.
- Quei quadri volano - gridò mio figlio all’improv-
viso, aprendo le braccia a forma di ali e correndo in
lungo e in largo per la sala, con mia moglie che lo inse-
guiva per evitare che facesse danni.
Quei quadri volavano, non avevano peso, se ne sta-
vano appesi in aria come bolle di colore, senza la prete-
sa di poggiarsi da qualche parte.
Erano forme che non chiedevano di contenere nul-
la, segni neri nello spazio che aprivano la mente, inve-
ce di riempirla di pesante sapienza. Lasciavano spazi
vuoti che ciascuno poteva riempire di sé. Come il qua-
dro che stavo ammirando, dove il riflesso di due occhi
rossi penetravano lo spazio bianco dentro un lungo
segno nero di Mirò.
Mentre riflettevo che era come nelle fotografie, dove
il flash impressiona di rosso inquietante gli occhi delle
persone ritratte, sentii un alito di aria gelata sul collo.
- Sono senza gravità - sentii sussurrare alle mie spalle.
Ero d’accordo, e mi girai di scatto per confermare
quella sensazione di leggerezza che era già stata sottoli-
neata da mio figlio col gesto dell’aereo.
Dietro di me però non c’era nessuno e Mirò non
aveva disegnato occhi rossi in quel quadro.

Le apparizioni dell'Angelo nero: Galleria Vittorio Emanuele II


Tutto cominciò un pomeriggio di ottobre.
C a m m i n a vo in Corso Vittorio Emanuele II, seguen-
do la folla rumorosa del sabato pomeriggio.
Milano ha un centro minuscolo, se paragonato a
quello di altre città italiane anche meno importanti, e
il Corso Vittorio, come lo chiamano i suoi frettolosi
abitanti, ne è il dritto riassunto che condensa in una
sola via gran parte delle mete obbligate dei passanti: le
vetrine di Benetton, Prada e Furla, il negozio Disney, i
cinema multisala, le Messaggerie musicali, le librerie di
Mondadori e Feltrinelli, i grandi magazzini La Rina-
scente, il McDonald’s, il bar Zucca in stile liberty e
qualche prestigioso ristorante, a dire il vero, un po’
ammuffito.
Anche quel giorno erano in tanti a calpestare inquie-
ti i ciottoli irregolari di quella lunga via pedonale che
porta al gotico Duomo, cercandosi gli uni con gli altri
oppure fuggendo gli uni dagli altri. Tutti avevano
comunque una direzione precisa da seguire e spintona-
vano per crearsi un varco tra la folla che ne rallentava il
passo.
Ricordo ogni cosa come fosse ieri e, se fosse di inte-
resse, potrei persino dire che cappotto indossavo, che
cosa avevo mangiato a pranzo, se c’era il sole o se pio-
veva.
Sorvolo su questi dettagli. Ciò che conta è che quel
giorno ero solo e cercavo qualcosa, oppure qualcuno,
ma non sapevo cosa o chi. Una direzione appunto, che
fosse un’idea forte, un obiettivo, un senso che andasse
oltre il telegiornale delle 20. Quello era il mio proble-
ma e tutto il resto si muoveva intorno a me come
un’indistinta nuvola grigia in un cielo autunnale.
Sentivo un ronzio sordo nelle orecchie, la monoto-
na colonna sonora di quella giornata grigia.
Poi vidi la vecchia.
Ecco che incappo nel problema di dover tradurre in
parole le sensazioni.
Vidi una figura di donna anziana.
Vidi una donna dalla camminata vaga e il volto
antico.
Vidi una donna vestita di una tunica nera che le
arrivava ai piedi, il volto bianco marcato da tratti seve-
ri che parevano appena abbozzati a carboncino, i capel-
li neri raccolti in una crocchia, il passo breve e mute-
vole che la spostava con la leggerezza dell’aria.
Erano le quindici e un quarto del 15 Ottobre. La
donna svoltò dietro la Rinascente e s’infilò in Galleria.
La seguii.