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mercoledì 29 dicembre 2010
L'Angelo nero su Giralibro
http://www.ilgiralibro.it/index.php?option=com_zoo&task=item&item_id=35&Itemid=1
sabato 16 ottobre 2010
La recensione di Angela Galloro su Bottega Scriptamanent
Racconto tra realtà e fantasia,
un’intensa ambientazione noir
e gioco intricato di doppiezza
di Angela Galloro
Un libro avvincente Laruffa editore
dagli scenari indistinti e misteriosi
Il racconto di Fabio Musati obbedisce alle regole del comune racconto noir: sin dall’inizio infatti il lettore sente di piombare in un mondo del quale non riconosce i confini, un labirinto dove tutto quello che succede si collega implicitamente a ciò che viene solo pensato e, nel caso specifico di Musati, anche a come viene narrato. L’autore è consapevole di ciò, come ci dimostra parlando in prima persona, assumendosi cioè la responsabilità di “confondere” il lettore e lasciargli paradossalmente una maggiore libertà interpretativa. Ce lo testimonia la captatio benevolentiae con cui inizia il racconto L’Angelo nero (Laruffa editore, pp. 76, 10,00 €), abbastanza ironica come tutta la narrazione, che si articola con effetti spiazzanti e gioca ad intersecare sotto gli occhi increduli del lettore i piani di una storia scandita da avvenimenti reali e di un racconto fatto di enti ed esistenti che non si sa di quale dimensione facciano parte, se quella dell’autore, del personaggio, o di entrambi.
Atmosfere gotiche e cupe
L’Incipit classico «Tutto cominciò un pomeriggio di ottobre», ci conduce sotto il cielo plumbeo di una grigia Milano, che viene raccontata nel dettaglio contemporaneo delle sue vie, dei negozi, delle librerie, del Duomo. La descrizione della città, presente in ogni momento, interagisce con gli avvenimenti, (sembra preannunciarli circondandoli di un’aura misteriosa), e soprattutto con gli stati d’animo del personaggio dipinti a loro volta di colori cupi, incertezza, grigiore. L’avventura del protagonista inizia proprio in una libreria dove egli assiste alla presentazione di un testo di Filippo Tuena, Il diavolo a Milano, che lo “perseguiterà” anche in seguito, attraverso la particolare coincidenza di una donna che lo legge in metropolitana.
Il protagonista così – questa volta identificabile peraltro con l’autore – Musati, il quale racconta di aver vissuto effettivamente tutto quello che scrive, invia a Tuena un breve racconto, fatto di sagaci battute, di confusione di ruoli e che, secondo l’autore de Il diavolo a Milano, necessita di essere sviluppato in modo più elaborato, secondo l’insegnamento di Pontiggia: «Lavora duramente i tuoi diavoli e non inseguire quelli altrui».
Nel capitolo III, l’io narrante si trova con moglie e figlio ad una mostra al Castello sforzesco, quando all’improvviso il protagonista ha particolari visioni di quadri in movimento, di dipinti che non esistono, o che ricorda diversi da come sono realmente. Il comune denominatore di tali sensoriali esperienze è dato da questo Angelo nero, che aleggia tra i pensieri del personaggio, sotto forma di vento freddo, di persona, di lettore, di avo. Per questo così di getto quest’ultimo inizia la ricerca della propria identità, in senso concreto e storico più che filosofico, inseguendo le sue radici con lo scopo di dare un senso alle storie del presente. Inizia dalla Valsesia, luogo d’origine della sua famiglia, piccolo territorio da sempre misero e poco abitato, alla ricerca di lontani echi del proprio nome, per giungere poi al cimitero monumentale di Milano, dove incontra nuovamente Tuena che egli nomina con un anagramma e che, come una presenza evanescente, sa suggerirgli dove trovare le sue risposte con l’aiuto della ricerca araldica. Altra presenza che resta inspiegabile è quella di una donna che prega al cimitero con un libro nero prima di sparire sotto gli occhi del protagonista, il quale si renderà conto solo dopo, che quello che credeva fosse un libro di preghiere era in realtà Dracula di Bram Stoker. L’Angelo nero continuerà, sotto le sembianze di una donna vestita di scuro, a seguire il protagonista per le strade di una Milano frenetica, fatta di statue di angeli in movimento, come moderni gargoyles dal significato simbolico, fino a quando il nostro personaggio non decide di inseguire la figura femminea dentro Villa Reale. Qui uno strano custode, molto simile a una figura della letteratura gotica tardo ottocentesca, accoglie il protagonista/autore in modo sospetto e a dir poco inquietante, come se già lo conoscesse. Nel salone della villa troviamo Tuena, che, a sua volta, lo “accusa” di essere un suo personaggio e di uscire dunque dalla trama già strutturata, una donna molto simile a quella dipinta nel quadro che aveva attirato l’attenzione di Musati e un impiegato statale che spiega, con pazienza e con l’aiuto di particolari storici, la discendenza di Musati da un antico ceppo di nobili rumeni facenti capo a Vlad III principe di Valacchia, nient’altro che il conte Dracula. Dal racconto viene fuori che la Valsesia fu il loro nascondiglio per molto tempo, una valle buia, dove espiare la vergogna delle proprie edipiche origini maledette e occultare la loro vera natura.
Con ulteriori chiarimenti da parte di Tuena tutto diviene più chiaro e questo complesso e labirintico racconto si chiude come un cerchio doppio.
Il gioco delle identità
In questo racconto ci troviamo di fronte a personaggi che si sovrappongono e si raccontano, che vengono “messi in scena” senza neanche saperlo, autori che agiscono all’interno delle loro stesse storie. Tra Musati e Tuena la corrispondenza avviene tramite pseudonimi, entrambi anagrammi dei rispettivi nomi, Asimut Fobia ed Epifan Pulito, che contengono a loro volta significati forti come il timore e l’apparizione, quasi volessero rappresentare due contemporanei Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Tuena diventa personaggio di Musati e viceversa, l’autore de L’Angelo nero diventa protagonista manovrato da Tuena all’interno della sua stessa storia, si tramuta così in un “personaggio in cerca d’autore”. Pirandelliana è anche la conclusione, con il dipinto della madre di Dracula e l’Angelo nero che ha portato il nostro autore a scoprire la verità e che scompare tra le sue vesti torbide. Proprio a questo punto il Tuena conclude il suo “spettacolo” con una significativa battuta: «Siamo tutti quello che sembriamo, che altro siamo se non quell’illusione dell’essere che diamo agli altri?»
Sparisce così in modo del tutto empatico la distinzione tra l’autore e il suo personaggio, fra ciò che può entrare nella storia e ciò che invece sta fuori, nella vita reale, sia essa assurda o quotidiana.
In questo scherzo di doppi ed alter-ego dunque, l’autore-protagonista sente il bisogno di rintracciare la sua vera essenza, di riconnetterla a quello che c’era prima e a quello che verrà, partendo proprio dal suo cognome, quasi fosse l’unico elemento di cui può ritenersi sicuro. L’Angelo nero lo accompagna, come una presenza inquietante ma necessaria, che istiga al dubbio e alla curiosità, quindi alla ricerca di una stabilità. «In una cultura in cui il movimento è un valore assoluto, la velocità una fede, la frenesia una religione, la gente è sopraffatta da un sotterraneo desiderio di statuarietà.
Essere fermi, irremovibili, piantati in un punto, congelati nella posizione che sentiamo nostra, e dirlo al mondo, apertamente, sfrontatamente, immobilmente».
Una “metaletterarietà”
Musati riflette molto sull’arte dello scrivere e lo fa immerso tra le strade della città, che guarda proprio con occhi da scrittore e con la presunzione che contraddistingue l’inventore di storie. Tutto è lì per lui, tutto è lì per essere conosciuto, scandagliato, descritto e a tratti l’illusione del lettore viene interrotta per lasciar posto alla difficoltà o al piacere dell’autore di descrivere la scena. È un procedimento curioso e parecchio originale, soprattutto se portato avanti con la schiettezza di affermazioni come «Ecco che incappo nel problema di dover tradurre in parole le sensazioni».
Grazie a ciò noi otteniamo riflessioni importanti sull’interpretazione generale del testo: per Musati un libro può avere vita propria, nella mente di autore e lettore, o addirittura più vite a seconda di chi lo legge. Così come un personaggio può esistere da solo, dopo essere stato partorito dall’autore, diventare autonomo e svincolarsi (persino nei suoi tratti somatici) da chi lo aveva descritto. Il problema del «Chi scrive?» ne L’Angelo nero è un binario che corre parallelo all’intreccio vero e proprio, e lo scrivere risulta una lente d’ingrandimento che “pulisce” in qualche modo gli eventi e permette di chiarirli su un’altra dimensione totalmente separata da quella del vissuto.
«Da quando uso gli occhiali sia per scrivere che per leggere, ho l’impressione di calarmi in un liquido più limpido, dove le parole appaiono chiare e immediate, mentre sopra di me il mondo continua il suo torbido movimento».
I racconti nel racconto poi, costituiscono una testimonianza ulteriore della compresenza di piani narrativi che Musati propone: molti di questi non vengono spiegati del tutto, restano solo immaginati, come la vera natura dell’Angelo nero,
con lo scopo (forse) di dare libero sfogo al pensiero del lettore, e in qualche modo di svincolare il racconto dalla pretesa di fornire risposte definitive.
Angela Galloro
(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n. 38, ottobre 2010)
un’intensa ambientazione noir
e gioco intricato di doppiezza
di Angela Galloro
Un libro avvincente Laruffa editore
dagli scenari indistinti e misteriosi
Il racconto di Fabio Musati obbedisce alle regole del comune racconto noir: sin dall’inizio infatti il lettore sente di piombare in un mondo del quale non riconosce i confini, un labirinto dove tutto quello che succede si collega implicitamente a ciò che viene solo pensato e, nel caso specifico di Musati, anche a come viene narrato. L’autore è consapevole di ciò, come ci dimostra parlando in prima persona, assumendosi cioè la responsabilità di “confondere” il lettore e lasciargli paradossalmente una maggiore libertà interpretativa. Ce lo testimonia la captatio benevolentiae con cui inizia il racconto L’Angelo nero (Laruffa editore, pp. 76, 10,00 €), abbastanza ironica come tutta la narrazione, che si articola con effetti spiazzanti e gioca ad intersecare sotto gli occhi increduli del lettore i piani di una storia scandita da avvenimenti reali e di un racconto fatto di enti ed esistenti che non si sa di quale dimensione facciano parte, se quella dell’autore, del personaggio, o di entrambi.
Atmosfere gotiche e cupe
L’Incipit classico «Tutto cominciò un pomeriggio di ottobre», ci conduce sotto il cielo plumbeo di una grigia Milano, che viene raccontata nel dettaglio contemporaneo delle sue vie, dei negozi, delle librerie, del Duomo. La descrizione della città, presente in ogni momento, interagisce con gli avvenimenti, (sembra preannunciarli circondandoli di un’aura misteriosa), e soprattutto con gli stati d’animo del personaggio dipinti a loro volta di colori cupi, incertezza, grigiore. L’avventura del protagonista inizia proprio in una libreria dove egli assiste alla presentazione di un testo di Filippo Tuena, Il diavolo a Milano, che lo “perseguiterà” anche in seguito, attraverso la particolare coincidenza di una donna che lo legge in metropolitana.
Il protagonista così – questa volta identificabile peraltro con l’autore – Musati, il quale racconta di aver vissuto effettivamente tutto quello che scrive, invia a Tuena un breve racconto, fatto di sagaci battute, di confusione di ruoli e che, secondo l’autore de Il diavolo a Milano, necessita di essere sviluppato in modo più elaborato, secondo l’insegnamento di Pontiggia: «Lavora duramente i tuoi diavoli e non inseguire quelli altrui».
Nel capitolo III, l’io narrante si trova con moglie e figlio ad una mostra al Castello sforzesco, quando all’improvviso il protagonista ha particolari visioni di quadri in movimento, di dipinti che non esistono, o che ricorda diversi da come sono realmente. Il comune denominatore di tali sensoriali esperienze è dato da questo Angelo nero, che aleggia tra i pensieri del personaggio, sotto forma di vento freddo, di persona, di lettore, di avo. Per questo così di getto quest’ultimo inizia la ricerca della propria identità, in senso concreto e storico più che filosofico, inseguendo le sue radici con lo scopo di dare un senso alle storie del presente. Inizia dalla Valsesia, luogo d’origine della sua famiglia, piccolo territorio da sempre misero e poco abitato, alla ricerca di lontani echi del proprio nome, per giungere poi al cimitero monumentale di Milano, dove incontra nuovamente Tuena che egli nomina con un anagramma e che, come una presenza evanescente, sa suggerirgli dove trovare le sue risposte con l’aiuto della ricerca araldica. Altra presenza che resta inspiegabile è quella di una donna che prega al cimitero con un libro nero prima di sparire sotto gli occhi del protagonista, il quale si renderà conto solo dopo, che quello che credeva fosse un libro di preghiere era in realtà Dracula di Bram Stoker. L’Angelo nero continuerà, sotto le sembianze di una donna vestita di scuro, a seguire il protagonista per le strade di una Milano frenetica, fatta di statue di angeli in movimento, come moderni gargoyles dal significato simbolico, fino a quando il nostro personaggio non decide di inseguire la figura femminea dentro Villa Reale. Qui uno strano custode, molto simile a una figura della letteratura gotica tardo ottocentesca, accoglie il protagonista/autore in modo sospetto e a dir poco inquietante, come se già lo conoscesse. Nel salone della villa troviamo Tuena, che, a sua volta, lo “accusa” di essere un suo personaggio e di uscire dunque dalla trama già strutturata, una donna molto simile a quella dipinta nel quadro che aveva attirato l’attenzione di Musati e un impiegato statale che spiega, con pazienza e con l’aiuto di particolari storici, la discendenza di Musati da un antico ceppo di nobili rumeni facenti capo a Vlad III principe di Valacchia, nient’altro che il conte Dracula. Dal racconto viene fuori che la Valsesia fu il loro nascondiglio per molto tempo, una valle buia, dove espiare la vergogna delle proprie edipiche origini maledette e occultare la loro vera natura.
Con ulteriori chiarimenti da parte di Tuena tutto diviene più chiaro e questo complesso e labirintico racconto si chiude come un cerchio doppio.
Il gioco delle identità
In questo racconto ci troviamo di fronte a personaggi che si sovrappongono e si raccontano, che vengono “messi in scena” senza neanche saperlo, autori che agiscono all’interno delle loro stesse storie. Tra Musati e Tuena la corrispondenza avviene tramite pseudonimi, entrambi anagrammi dei rispettivi nomi, Asimut Fobia ed Epifan Pulito, che contengono a loro volta significati forti come il timore e l’apparizione, quasi volessero rappresentare due contemporanei Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Tuena diventa personaggio di Musati e viceversa, l’autore de L’Angelo nero diventa protagonista manovrato da Tuena all’interno della sua stessa storia, si tramuta così in un “personaggio in cerca d’autore”. Pirandelliana è anche la conclusione, con il dipinto della madre di Dracula e l’Angelo nero che ha portato il nostro autore a scoprire la verità e che scompare tra le sue vesti torbide. Proprio a questo punto il Tuena conclude il suo “spettacolo” con una significativa battuta: «Siamo tutti quello che sembriamo, che altro siamo se non quell’illusione dell’essere che diamo agli altri?»
Sparisce così in modo del tutto empatico la distinzione tra l’autore e il suo personaggio, fra ciò che può entrare nella storia e ciò che invece sta fuori, nella vita reale, sia essa assurda o quotidiana.
In questo scherzo di doppi ed alter-ego dunque, l’autore-protagonista sente il bisogno di rintracciare la sua vera essenza, di riconnetterla a quello che c’era prima e a quello che verrà, partendo proprio dal suo cognome, quasi fosse l’unico elemento di cui può ritenersi sicuro. L’Angelo nero lo accompagna, come una presenza inquietante ma necessaria, che istiga al dubbio e alla curiosità, quindi alla ricerca di una stabilità. «In una cultura in cui il movimento è un valore assoluto, la velocità una fede, la frenesia una religione, la gente è sopraffatta da un sotterraneo desiderio di statuarietà.
Essere fermi, irremovibili, piantati in un punto, congelati nella posizione che sentiamo nostra, e dirlo al mondo, apertamente, sfrontatamente, immobilmente».
Una “metaletterarietà”
Musati riflette molto sull’arte dello scrivere e lo fa immerso tra le strade della città, che guarda proprio con occhi da scrittore e con la presunzione che contraddistingue l’inventore di storie. Tutto è lì per lui, tutto è lì per essere conosciuto, scandagliato, descritto e a tratti l’illusione del lettore viene interrotta per lasciar posto alla difficoltà o al piacere dell’autore di descrivere la scena. È un procedimento curioso e parecchio originale, soprattutto se portato avanti con la schiettezza di affermazioni come «Ecco che incappo nel problema di dover tradurre in parole le sensazioni».
Grazie a ciò noi otteniamo riflessioni importanti sull’interpretazione generale del testo: per Musati un libro può avere vita propria, nella mente di autore e lettore, o addirittura più vite a seconda di chi lo legge. Così come un personaggio può esistere da solo, dopo essere stato partorito dall’autore, diventare autonomo e svincolarsi (persino nei suoi tratti somatici) da chi lo aveva descritto. Il problema del «Chi scrive?» ne L’Angelo nero è un binario che corre parallelo all’intreccio vero e proprio, e lo scrivere risulta una lente d’ingrandimento che “pulisce” in qualche modo gli eventi e permette di chiarirli su un’altra dimensione totalmente separata da quella del vissuto.
«Da quando uso gli occhiali sia per scrivere che per leggere, ho l’impressione di calarmi in un liquido più limpido, dove le parole appaiono chiare e immediate, mentre sopra di me il mondo continua il suo torbido movimento».
I racconti nel racconto poi, costituiscono una testimonianza ulteriore della compresenza di piani narrativi che Musati propone: molti di questi non vengono spiegati del tutto, restano solo immaginati, come la vera natura dell’Angelo nero,
con lo scopo (forse) di dare libero sfogo al pensiero del lettore, e in qualche modo di svincolare il racconto dalla pretesa di fornire risposte definitive.
Angela Galloro
(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n. 38, ottobre 2010)
lunedì 3 maggio 2010
lunedì 28 dicembre 2009
l'articolo di Angela Galloro su www.bottegascriptamanent.it
Con la media editoria
in Italia tornano in auge
i generi fantasy e noir :
un “Angelo nero” a Roma
di Angela Galloro
Fabio Musati, autore già consolidato, presenta la sua opera tra riflessioni
e dibattiti letterari: conosciamo così il romanzo edito da Laruffa editore
L’ottava edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi” tenutasi recentemente a Roma, oltre ad aprire le porte ad autori ed editori in un’atmosfera assolutamente festosa e gioviale, ci ha riservato eventi ricchi di piacevoli sorprese. Tra queste, la presentazione del libro L’Angelo nero di Fabio Musati che ha riempito la Sala Corallo del Palazzo dei Congressi, con un avvincente racconto ed interessanti riflessioni.
L’evento è stato organizzato e coordinato da Maria Teresa D’Agostino, giornalista di Calabria Ora, nonché addetta all’ufficio stampa della Laruffa editore – con cui Musati ha pubblicato il libro – la quale ha espresso positivi giudizi sul romanzo intervistando l’autore con tanto entusiasmo da rendere la situazione simile ad una colta chiacchierata.
L’Angelo nero è vincitore della terza edizione del concorso a caccia d’inediti “Emozioni d’inchiostro”, istituito dalla suddetta casa editrice per incentivare gli scrittori emergenti con lo scopo di premiarli pubblicando le opere migliori e di investire, dunque, sul loro talento.
Nel caso specifico però Musati non è alla sua opera prima, anche se con questo romanzo aderisce ad un nuovo genere che, come è ansioso di specificare, «non appartiene precisamente al fantasy o al noir», etichette indubbiamente necessarie agli editori e forse utili indicazioni per il lettore, ma che nel giudicare uno scritto vanno indiscutibilmente superate.
La storia narrata nel libro è ambientata a Milano, città natale dell’autore che sembra sentirla sua anche negli aspetti più underground e nelle atmosfere più oscure. Tutto il romanzo infatti viene raccontato dai primi lettori come pervaso da un’aura di mistero che però, a detta dell’autore, non toglie nulla alla veridicità dei fatti e delle situazioni.
Ci troviamo di fronte ad una cupa e melanconica figura che aleggia sul protagonista, (a sua volta autore di un romanzo), che lo cerca e che viene da questi rincorso come in una specie di inquietante gioco.
Durante gli interventi di Roberto Laruffa, di Maria Teresa D’Agostino e di Isabella Giomi, scrittrice di racconti fantasy, viene attribuita all’autore un’attenzione speciale per i dettagli, in particolare quelli relativi ai luoghi, rigorosamente veri e riconoscibili, e per le descrizioni non sempre semplici di figure particolari, spesso evanescenti, immaginarie, simboliche.
La Giomi, fra le prime lettrici del romanzo di Musati, propone una serie di paragoni con il cinema e con il teatro, campo ben noto all’autore che vi lavora da molti anni, mettendo in luce un «lavoro a mosaico» nella stesura, una emulatio che concentra in poche pagine riferimenti letterari e cinematografici, sia classici che moderni: in particolare la Giomi lo definisce «romanzo fortemente onirico che si avvicina al reale e “felliniano” per la caratterizzazione del sogno».
Retroscena letterari e ringraziamenti
Intervistato dalla D’Agostino, Musati ci racconta di come nasce l’idea di questo romanzo. Ci colpisce così sapere che l’oscura ambientazione metropolitana si intreccia alla ricerca delle proprie radici e che questo “Angelo nero” è riconducibile ad una curiosità araldica dell’autore che porterà il protagonista in Romania, come in una moderna rivisitazione del capolavoro di Bram Stoker, ad indagare sulle origini del proprio cognome. Oltre a questo tipo di indagine Musati svela di dovere la brillante idea di questo romanzo a Filippo Tuena, autore de Il Diavolo a Milano, che ha conosciuto durante la presentazione del libro stesso e con il quale ha intrattenuto rapporti di corrispondenza attraverso pseudonimi. Tuena sembra aver positivamente influenzato il nostro autore al punto che uno di questi alias è diventato un personaggio del suo romanzo.
Avvicinandoci alla conclusione, il discorso verte sul tema più generale della scrittura, su come questa venga vissuta da un carattere schivo e riservato come quello di Fabio Musati. Egli sostiene infatti che pubblicare un libro equivale ad esporre una parte di sé, il che è una bella cosa per il proprio essere e per gli altri e che «scrivere è un atto di generosità e nello stesso tempo di presunzione».
Riguardo la caratterizzazione di genere del suo romanzo, ci dice che «la narrativa non può essere che fantastica anche quando si occupa di argomenti reali» perché filtrata dalla mente di chi scrive. L’autore ha così una pesante responsabilità, dal momento che nel processo ermeneutico del fruitore avviene una magia: il lettore si crea infatti delle immagini fantastiche a partire dalle parole e proprio per questo sta allo scrittore stimolare l’immaginazione di colui che legge nel giusto modo.
Un romanzo nel romanzo
Tali riflessioni sull’arte di scrivere scaturiscono dal fatto che ci troviamo in presenza di un racconto nel racconto, di soluzioni a scatole cinesi, dunque metanarrative, che l’autore predilige perché gli permettono di andare alla ricerca di qualcosa (non meglio identificato a suo dire) durante la scrittura e attraverso il medium di questa.
A chi chiede (reclama?) un sequel di questo romanzo, Musati, sulla scia delle parole della Giomi – secondo la quale «anche nell’incompiutezza un romanzo è compiuto» – risponde che per come è stato concepito, il romanzo è finito: ha aiutato l’autore a cercare delle risposte, dunque ha raggiunto il suo scopo. Risposte che però Musati non espone al pubblico in questa occasione, lasciando i perché avvolti da una patina di mistero.
La giusta dose di ironia che ha accompagnato la mattinata sembra essere presente anche nel libro e sembra stuzzicare così l’interesse e la curiosità dei presenti.
Angela Galloro
(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 28, Dicembre 2009)
in Italia tornano in auge
i generi fantasy e noir :
un “Angelo nero” a Roma
di Angela Galloro
Fabio Musati, autore già consolidato, presenta la sua opera tra riflessioni
e dibattiti letterari: conosciamo così il romanzo edito da Laruffa editore
L’ottava edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi” tenutasi recentemente a Roma, oltre ad aprire le porte ad autori ed editori in un’atmosfera assolutamente festosa e gioviale, ci ha riservato eventi ricchi di piacevoli sorprese. Tra queste, la presentazione del libro L’Angelo nero di Fabio Musati che ha riempito la Sala Corallo del Palazzo dei Congressi, con un avvincente racconto ed interessanti riflessioni.
L’evento è stato organizzato e coordinato da Maria Teresa D’Agostino, giornalista di Calabria Ora, nonché addetta all’ufficio stampa della Laruffa editore – con cui Musati ha pubblicato il libro – la quale ha espresso positivi giudizi sul romanzo intervistando l’autore con tanto entusiasmo da rendere la situazione simile ad una colta chiacchierata.
L’Angelo nero è vincitore della terza edizione del concorso a caccia d’inediti “Emozioni d’inchiostro”, istituito dalla suddetta casa editrice per incentivare gli scrittori emergenti con lo scopo di premiarli pubblicando le opere migliori e di investire, dunque, sul loro talento.
Nel caso specifico però Musati non è alla sua opera prima, anche se con questo romanzo aderisce ad un nuovo genere che, come è ansioso di specificare, «non appartiene precisamente al fantasy o al noir», etichette indubbiamente necessarie agli editori e forse utili indicazioni per il lettore, ma che nel giudicare uno scritto vanno indiscutibilmente superate.
La storia narrata nel libro è ambientata a Milano, città natale dell’autore che sembra sentirla sua anche negli aspetti più underground e nelle atmosfere più oscure. Tutto il romanzo infatti viene raccontato dai primi lettori come pervaso da un’aura di mistero che però, a detta dell’autore, non toglie nulla alla veridicità dei fatti e delle situazioni.
Ci troviamo di fronte ad una cupa e melanconica figura che aleggia sul protagonista, (a sua volta autore di un romanzo), che lo cerca e che viene da questi rincorso come in una specie di inquietante gioco.
Durante gli interventi di Roberto Laruffa, di Maria Teresa D’Agostino e di Isabella Giomi, scrittrice di racconti fantasy, viene attribuita all’autore un’attenzione speciale per i dettagli, in particolare quelli relativi ai luoghi, rigorosamente veri e riconoscibili, e per le descrizioni non sempre semplici di figure particolari, spesso evanescenti, immaginarie, simboliche.
La Giomi, fra le prime lettrici del romanzo di Musati, propone una serie di paragoni con il cinema e con il teatro, campo ben noto all’autore che vi lavora da molti anni, mettendo in luce un «lavoro a mosaico» nella stesura, una emulatio che concentra in poche pagine riferimenti letterari e cinematografici, sia classici che moderni: in particolare la Giomi lo definisce «romanzo fortemente onirico che si avvicina al reale e “felliniano” per la caratterizzazione del sogno».
Retroscena letterari e ringraziamenti
Intervistato dalla D’Agostino, Musati ci racconta di come nasce l’idea di questo romanzo. Ci colpisce così sapere che l’oscura ambientazione metropolitana si intreccia alla ricerca delle proprie radici e che questo “Angelo nero” è riconducibile ad una curiosità araldica dell’autore che porterà il protagonista in Romania, come in una moderna rivisitazione del capolavoro di Bram Stoker, ad indagare sulle origini del proprio cognome. Oltre a questo tipo di indagine Musati svela di dovere la brillante idea di questo romanzo a Filippo Tuena, autore de Il Diavolo a Milano, che ha conosciuto durante la presentazione del libro stesso e con il quale ha intrattenuto rapporti di corrispondenza attraverso pseudonimi. Tuena sembra aver positivamente influenzato il nostro autore al punto che uno di questi alias è diventato un personaggio del suo romanzo.
Avvicinandoci alla conclusione, il discorso verte sul tema più generale della scrittura, su come questa venga vissuta da un carattere schivo e riservato come quello di Fabio Musati. Egli sostiene infatti che pubblicare un libro equivale ad esporre una parte di sé, il che è una bella cosa per il proprio essere e per gli altri e che «scrivere è un atto di generosità e nello stesso tempo di presunzione».
Riguardo la caratterizzazione di genere del suo romanzo, ci dice che «la narrativa non può essere che fantastica anche quando si occupa di argomenti reali» perché filtrata dalla mente di chi scrive. L’autore ha così una pesante responsabilità, dal momento che nel processo ermeneutico del fruitore avviene una magia: il lettore si crea infatti delle immagini fantastiche a partire dalle parole e proprio per questo sta allo scrittore stimolare l’immaginazione di colui che legge nel giusto modo.
Un romanzo nel romanzo
Tali riflessioni sull’arte di scrivere scaturiscono dal fatto che ci troviamo in presenza di un racconto nel racconto, di soluzioni a scatole cinesi, dunque metanarrative, che l’autore predilige perché gli permettono di andare alla ricerca di qualcosa (non meglio identificato a suo dire) durante la scrittura e attraverso il medium di questa.
A chi chiede (reclama?) un sequel di questo romanzo, Musati, sulla scia delle parole della Giomi – secondo la quale «anche nell’incompiutezza un romanzo è compiuto» – risponde che per come è stato concepito, il romanzo è finito: ha aiutato l’autore a cercare delle risposte, dunque ha raggiunto il suo scopo. Risposte che però Musati non espone al pubblico in questa occasione, lasciando i perché avvolti da una patina di mistero.
La giusta dose di ironia che ha accompagnato la mattinata sembra essere presente anche nel libro e sembra stuzzicare così l’interesse e la curiosità dei presenti.
Angela Galloro
(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 28, Dicembre 2009)
martedì 9 giugno 2009
lunedì 8 giugno 2009
L'articolo sul Corriere Valsesiano del 20 Marzo 2009
Fabio Musati vola con
“L’angelo nero”
dalla Valsesia alla Calabria
A fine marzo sarà pubblicato
nella collana «Emozioni
d’inchiostro» di Laruffa Editore
– una casa editrice di Reggio
Calabria le cui origini risalgono
a fine Ottocento – L’angelo
nero, una raccolta antologica
che prende il titolo proprio
dal romanzo di Fabio Musati
vincitore della III edizione
del concorso letterario per
inediti indetto dallo stesso Laruffa
e che porta il nome della
collana succitata.
Oltre al romanzo del nostro
ormai mitico scrittore valsesiano,
il volume conterrà anche i
tre componimenti poetici segnalati
come migliori per la sezione
«Poesia» del concorso.
L’angelo nero è stato definito
«un racconto affascinante,
ironico e misterioso, sulle tracce
del “Diavolo” tra le vie di
Milano; una scrittura agile e
accattivante per una straordinaria
prova narrativa».
Nell’attesa di leggerlo – e magari
di presentarlo ai lettori valsesiani
in occasione di qualche
bella serata insieme all’autore...
– non possiamo che complimentarci
con Fabio per questa «trasferta
» di successo, che contribuirà
a renderlo famoso a livello
nazionale!
“L’angelo nero”
dalla Valsesia alla Calabria
A fine marzo sarà pubblicato
nella collana «Emozioni
d’inchiostro» di Laruffa Editore
– una casa editrice di Reggio
Calabria le cui origini risalgono
a fine Ottocento – L’angelo
nero, una raccolta antologica
che prende il titolo proprio
dal romanzo di Fabio Musati
vincitore della III edizione
del concorso letterario per
inediti indetto dallo stesso Laruffa
e che porta il nome della
collana succitata.
Oltre al romanzo del nostro
ormai mitico scrittore valsesiano,
il volume conterrà anche i
tre componimenti poetici segnalati
come migliori per la sezione
«Poesia» del concorso.
L’angelo nero è stato definito
«un racconto affascinante,
ironico e misterioso, sulle tracce
del “Diavolo” tra le vie di
Milano; una scrittura agile e
accattivante per una straordinaria
prova narrativa».
Nell’attesa di leggerlo – e magari
di presentarlo ai lettori valsesiani
in occasione di qualche
bella serata insieme all’autore...
– non possiamo che complimentarci
con Fabio per questa «trasferta
» di successo, che contribuirà
a renderlo famoso a livello
nazionale!
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